Publications / Pubblicazioni
Umberto Eco - Vertigine della lista
14/10/09 10:51
UMBERTO ECO
Vertigine della lista
Editore: BOMPIANI
ISBN: 45263453
Nell’Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L’altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, ed enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un eccetera. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco. Ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite, come la lista di tutti i libri di una biblioteca; ma ve ne sono altre che vogliono suggerire grandezze innumerabili e che si arrestano incomplete ai confini dell’indefinito. Come mostra questo libro e l’antologia che esso raccoglie, la storia della letteratura di tutti i tempi è infinitamente ricca di liste, da Esiodo a Joyce, da Ezechiele a Gadda. Sono spesso elenchi stesi per il gusto stesso dell’enumerazione, per la cantabilità dell’elenco o, ancora, per il piacere vertiginoso di riunire tra loro elementi privi di rapporto specifico, come accade nelle cosiddette enumerazioni caotiche. Però con questo libro non si va solo alla scoperta di una forma letteraria di rado analizzata, ma si mostra anche come le arti figurative siano capaci di suggerire elenchi infiniti, anche quando la rappresentazione sembra severamente limitata dalla cornice del quadro. Così il lettore troverà in queste pagine una lista di immagini che ci fanno sentire la vertigine dell’illimitato.
Giancarlo Vitali - La "coda" dell'ermellino (1999) Olio su tavola 120x45cm
Vertigine della lista
Editore: BOMPIANI
ISBN: 45263453
Nell’Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L’altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, ed enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un eccetera. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco. Ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite, come la lista di tutti i libri di una biblioteca; ma ve ne sono altre che vogliono suggerire grandezze innumerabili e che si arrestano incomplete ai confini dell’indefinito. Come mostra questo libro e l’antologia che esso raccoglie, la storia della letteratura di tutti i tempi è infinitamente ricca di liste, da Esiodo a Joyce, da Ezechiele a Gadda. Sono spesso elenchi stesi per il gusto stesso dell’enumerazione, per la cantabilità dell’elenco o, ancora, per il piacere vertiginoso di riunire tra loro elementi privi di rapporto specifico, come accade nelle cosiddette enumerazioni caotiche. Però con questo libro non si va solo alla scoperta di una forma letteraria di rado analizzata, ma si mostra anche come le arti figurative siano capaci di suggerire elenchi infiniti, anche quando la rappresentazione sembra severamente limitata dalla cornice del quadro. Così il lettore troverà in queste pagine una lista di immagini che ci fanno sentire la vertigine dell’illimitato.
Giancarlo Vitali - La "coda" dell'ermellino (1999) Olio su tavola 120x45cm
Suovetaurilia
05/06/08 16:31
Suovetaurilia
A brand new engravings portfolio including 6 original etchings by Giancarlo Vitali.
Preface by Carlo Bertelli, edition of 30+V.
Will be presented on June 21st (closing day of Portraits of poultry, meat, roses and sunflowers)
Suovetaurilia è
una raccolta di 6 incisioni originali (tutte
realizzate con tecnica acquaforte-acquatinta) di
Giancarlo Vitali con la prefazione di Carlo
Bertelli stampata in 30 + V esemplari.
Sarà presentata da Carlo Bertelli il 21 giugno, giorno di chiusura della mostra Ritratti di pollame, carne, rose e girasoli nella Casa dei Costruttori, via Grandi, Lecco.
A brand new engravings portfolio including 6 original etchings by Giancarlo Vitali.
Preface by Carlo Bertelli, edition of 30+V.
Will be presented on June 21st (closing day of Portraits of poultry, meat, roses and sunflowers)
Sarà presentata da Carlo Bertelli il 21 giugno, giorno di chiusura della mostra Ritratti di pollame, carne, rose e girasoli nella Casa dei Costruttori, via Grandi, Lecco.
Suovetaurilia - Testo di Carlo Bertelli
Suovetaurilia
Questa cartella di acqueforti è una tragica e intensa meditazione sul ciclo della vita e della morte.
Le domande angosciose sono quelle di sempre: che senso ha la vita? Meglio: la vita ha un senso?
Se guardo i rilievi romani che raffigurano il suovetaurilia, ovvero gli animali – toro e maiale – condotti all’ara sacrificale, non ho dubbi che nella breve linea dalla nascita alla morte degli animali gli antichi vedessero un destino.
Bardato d’infule come un sacerdote, il toro avanzava gravemente, quasi conscio di una sorte che l’avrebbe tolto alla compagnia degli uomini per raggiungere, col suo sapore e il suo odore, gli dei golosi in attesa.
Gli animali della stalla e del cortile hanno una morte che li distingue. Dopo l’ultimo respiro, entrano in un ciclo nuovo.
Sono anatomizzati sul tavolo del macellaio e sul tavolo di cucina, dissanguati, rivestiti di aromi, messi sul fuoco.
Il loro squartamento ha regole precise. Ogni pezzo della loro carne ha un nome particolare, che non sempre corrisponde alla stessa parte anatomica dell’animale vivo. Oxennon è beef.
Grande è stato il rifiuto degli Anglosassoni, quando appresero le buone maniere dai cavalieri normanni, di confondere il vivo con il commestibile.
Solennità degli animali uccisi e squartati. Quella solennità che aveva bene visto Rembrandt e che bene ha visto Giancarlo Vitali in alcune sue pitture stupefacenti per invenzione cromatica e commozione.
Il destino delle bestie, osservate nel negozio del macellaio o tra i fumi della cucina, è il rito della tavola. L’agapé, l’amore che unisce la famiglia o gli amici intorno a quest’ultima tappa dell’esistenza animale.
Un foglio con due stampe, una in sanguigna, l’altra in nero, passa da una tragedia in atto alla commemorazione.
In alto, la testa sanguinante di un vitello, appesa a un gancio, ancora gocciolante, rivela l’esofago squarciato da cui protrude la lingua dell’animale. Nella stampa più in basso, il dramma dovrebbe essere placato nella metamorfosi dalla testa al bucranio.
In realtà non è così. Quello che Vitali rappresenta non è affatto un classico bucranio calcinato dal sole. L’occhiaia vuota, i denti ancora digrignanti non pacificano nessuno. Specialmente non inganna chi apprezzi il lavoro magistrale dell’acquatinta, che modella le luci e le ombre e trasforma un osso in un paesaggio da esplorare. Certo, le due lastre non sono nate insieme, ma ora che le loro impronte sono sullo stesso foglio, sarebbe impossibile separarle, tanto si corrispondono non soltanto per i temi, che indicano due tempi d’uno stesso dramma, ma per il loro meraviglioso e complementare virtuosismo tecnico.
Un’altra stampa è, in un certo senso, il “ritratto” di un bue, o toro, appeso al gancio. Dico ritratto perché non si tratta di una testa, dato che ci sono la spalla e il collo. Questo studio rammenta un grande dipinto di Vitali, ma se ne discosta con un gioco sottile tra acquatinta e acquaforte. Inoltre, il formato della stampa è qui talmente ben inteso e trattato con tanta libertà, che se voi rovesciate di 45 gradi l’incisione, improvvisamente l’animale quasi rivive e torna a muggire.
L’occhio, dove distinguete l’iride dalla sclera venata, ha un riflesso che lo fa apparire non più spento, mentre i muscoli e la pelle non sembrano più dipendere dalla trazione del gancio, ma essere tesi da un atto volontario.
Suggerisco questo esperimento poiché corrisponde perfettamente alle qualità precipue della stampa. Spesso le stampe sono messe sotto vetro, incorniciate e appese al muro. Ma il vero conoscitore ha bisogno di prenderle in mano, di stabilire con loro un contatto diretto e, come in questo caso, meravigliarsi dell’intreccio fittissimo di segni, scorrere con lo sguardo dalla luce all’ombra e ammirare l’emergere del corno dalle tenebre, come una fiamma accesa su un monte.
Le stampe di Vitali richiedono un colloquio intimo. In altre stampe, la materia degli inchiostri e della carta entra in conflitto con l’oggettività della carne e la trasfigura. Sono stampe d’una forza stupenda, dove il ricordo delle carcasse monche, dei costati sbranati si esalta in un artificio di ombre e penombre, si dissolve e riappare, diventa odore dolciastro di sangue.
Eora inevitabile il confronto con i grandi classici dell’incisione, che Vitali ha studiato appassionatamente.
I nomi vengono subito in mente, ma l’autore non vorrebbe che li tirassimo in ballo. Rispettiamo la sua riservatezza e la sua novità. Poiché l’incisione di Vitali è un capitolo nuovo e indipendente. Nell’immagine di un vitello – o capretto – ucciso, che si appoggia, disarticolato, con la testa al piano, è impressionante osservare le tracce del primo stato che realizzano un disegno astratto, leggero e trasparente, su cui gli stati successivi sono intervenuti con le note basse e potenti dei neri.
Verità e arte s’incontrano al punto che le scolature degli acidi calcografici sono similitudini di sangue. E proprio dove gli acidi tracciano drippingsche scavano solchi tortuosi nella lastra, al di sotto della carcassa enorme di un bue squartato, ecco apparire la testa mozzata e tuttavia implorante di un agnello. Così forme e creature emergono dal vortice delle cancellazioni.
Oscura e dolorosa profezia e dolce intenerimento sono inseparabili, qui come sempre, nell’opera di Giancarlo Vitali.
Carlo Bertelli
Questa cartella di acqueforti è una tragica e intensa meditazione sul ciclo della vita e della morte.
Le domande angosciose sono quelle di sempre: che senso ha la vita? Meglio: la vita ha un senso?
Se guardo i rilievi romani che raffigurano il suovetaurilia, ovvero gli animali – toro e maiale – condotti all’ara sacrificale, non ho dubbi che nella breve linea dalla nascita alla morte degli animali gli antichi vedessero un destino.
Bardato d’infule come un sacerdote, il toro avanzava gravemente, quasi conscio di una sorte che l’avrebbe tolto alla compagnia degli uomini per raggiungere, col suo sapore e il suo odore, gli dei golosi in attesa.
Gli animali della stalla e del cortile hanno una morte che li distingue. Dopo l’ultimo respiro, entrano in un ciclo nuovo.
Sono anatomizzati sul tavolo del macellaio e sul tavolo di cucina, dissanguati, rivestiti di aromi, messi sul fuoco.
Il loro squartamento ha regole precise. Ogni pezzo della loro carne ha un nome particolare, che non sempre corrisponde alla stessa parte anatomica dell’animale vivo. Oxennon è beef.
Grande è stato il rifiuto degli Anglosassoni, quando appresero le buone maniere dai cavalieri normanni, di confondere il vivo con il commestibile.
Solennità degli animali uccisi e squartati. Quella solennità che aveva bene visto Rembrandt e che bene ha visto Giancarlo Vitali in alcune sue pitture stupefacenti per invenzione cromatica e commozione.
Il destino delle bestie, osservate nel negozio del macellaio o tra i fumi della cucina, è il rito della tavola. L’agapé, l’amore che unisce la famiglia o gli amici intorno a quest’ultima tappa dell’esistenza animale.
Un foglio con due stampe, una in sanguigna, l’altra in nero, passa da una tragedia in atto alla commemorazione.
In alto, la testa sanguinante di un vitello, appesa a un gancio, ancora gocciolante, rivela l’esofago squarciato da cui protrude la lingua dell’animale. Nella stampa più in basso, il dramma dovrebbe essere placato nella metamorfosi dalla testa al bucranio.
In realtà non è così. Quello che Vitali rappresenta non è affatto un classico bucranio calcinato dal sole. L’occhiaia vuota, i denti ancora digrignanti non pacificano nessuno. Specialmente non inganna chi apprezzi il lavoro magistrale dell’acquatinta, che modella le luci e le ombre e trasforma un osso in un paesaggio da esplorare. Certo, le due lastre non sono nate insieme, ma ora che le loro impronte sono sullo stesso foglio, sarebbe impossibile separarle, tanto si corrispondono non soltanto per i temi, che indicano due tempi d’uno stesso dramma, ma per il loro meraviglioso e complementare virtuosismo tecnico.
Un’altra stampa è, in un certo senso, il “ritratto” di un bue, o toro, appeso al gancio. Dico ritratto perché non si tratta di una testa, dato che ci sono la spalla e il collo. Questo studio rammenta un grande dipinto di Vitali, ma se ne discosta con un gioco sottile tra acquatinta e acquaforte. Inoltre, il formato della stampa è qui talmente ben inteso e trattato con tanta libertà, che se voi rovesciate di 45 gradi l’incisione, improvvisamente l’animale quasi rivive e torna a muggire.
L’occhio, dove distinguete l’iride dalla sclera venata, ha un riflesso che lo fa apparire non più spento, mentre i muscoli e la pelle non sembrano più dipendere dalla trazione del gancio, ma essere tesi da un atto volontario.
Suggerisco questo esperimento poiché corrisponde perfettamente alle qualità precipue della stampa. Spesso le stampe sono messe sotto vetro, incorniciate e appese al muro. Ma il vero conoscitore ha bisogno di prenderle in mano, di stabilire con loro un contatto diretto e, come in questo caso, meravigliarsi dell’intreccio fittissimo di segni, scorrere con lo sguardo dalla luce all’ombra e ammirare l’emergere del corno dalle tenebre, come una fiamma accesa su un monte.
Le stampe di Vitali richiedono un colloquio intimo. In altre stampe, la materia degli inchiostri e della carta entra in conflitto con l’oggettività della carne e la trasfigura. Sono stampe d’una forza stupenda, dove il ricordo delle carcasse monche, dei costati sbranati si esalta in un artificio di ombre e penombre, si dissolve e riappare, diventa odore dolciastro di sangue.
Eora inevitabile il confronto con i grandi classici dell’incisione, che Vitali ha studiato appassionatamente.
I nomi vengono subito in mente, ma l’autore non vorrebbe che li tirassimo in ballo. Rispettiamo la sua riservatezza e la sua novità. Poiché l’incisione di Vitali è un capitolo nuovo e indipendente. Nell’immagine di un vitello – o capretto – ucciso, che si appoggia, disarticolato, con la testa al piano, è impressionante osservare le tracce del primo stato che realizzano un disegno astratto, leggero e trasparente, su cui gli stati successivi sono intervenuti con le note basse e potenti dei neri.
Verità e arte s’incontrano al punto che le scolature degli acidi calcografici sono similitudini di sangue. E proprio dove gli acidi tracciano drippingsche scavano solchi tortuosi nella lastra, al di sotto della carcassa enorme di un bue squartato, ecco apparire la testa mozzata e tuttavia implorante di un agnello. Così forme e creature emergono dal vortice delle cancellazioni.
Oscura e dolorosa profezia e dolce intenerimento sono inseparabili, qui come sempre, nell’opera di Giancarlo Vitali.
Carlo Bertelli
Just published / Nuova pubblicazione
17/12/07 10:47
GIANCARLO VITALI, paintings, drawings,
engravings
The new catalog (Italian-English) by Leonardo Castellucci
published by Florence Packaging 2007
free download
GIANCARLO VITALI, dipinti, disegni,
incisioni
Il nuovo catalogo (Italiano-Inglese) a cura di Leonardo Castellucci
edito da Florence Packaging 2007.
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The new catalog (Italian-English) by Leonardo Castellucci
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